ZEISS BEYOND TALKS

Luci nelle profondità dei mari

Intervista con Prof. Antje Boetius, microbiologa, ricercatrice


Sono pochi gli esseri umani che si sono immersi nelle profondità marine o sono stati nello spazio. Antje Boetius è un'esploratrice dei mari. Abbiamo avuto l'occasione di ricevere da lei informazioni esclusive su questa parte inesplorata del nostro pianeta.

Per 175 anni in ZEISS le persone si sono chieste: come possiamo sfidare i limiti dell'immaginazione? 
Ora, per celebrare quella visione, ZEISS ha stretto collaborazioni con grandi pensatori e menti di tutto il mondo per gli ZEISS Beyond Talks, offrendo loro un palco su cui parlare del loro lavoro, delle loro idee, delle loro passioni e dei problemi del nostro mondo che avanza.

ZEISS Beyond Talks

Prof. Antje Boetius parla delle profondità dei mari e del nostro impatto sull'oceano*

Cosa la ispira a cercare risposte a ciò che è ignoto?

Ho una grandissima passione che mi spinge a cercare di comprendere le cose più a fondo. Da bambina ero molto curiosa di sapere come funzionano la terra e gli oceani o come funzionano le persone e perché le cose sono come sono. La curiosità è la forza più grande che muove il mio essere e il mio lavoro. Sono ispirata dal cercare di farmi un quadro più completo e dall'essere vicina al paesaggio, alla natura che amo, che si dà il caso siano i mari profondi e gli oceani. Immergermi in una situazione in cui la maggior parte dell'ambiente che mi circonda è ignoto non è una minaccia, è un'ispirazione. Compio un passo verso qualcosa che non è prevedibile per me, dove c'è l'ignoto e, passo dopo passo, ne divento parte.

C'è un momento specifico delle sue spedizioni che le rimarrà impresso per sempre?

Sicuramente l'immersione. Sappiamo che pochi esseri umani si sono immersi nelle profondità marine o sono stati nello spazio. Ed è incredibile pensare, "Wow, io sono una di loro". Questi momenti di immersione e scoperta sono meravigliosi. E poi ci sono altri momenti della mia carriera che mi hanno cambiato la vita. Non dimenticherò mai il momento in cui ho fatto una scoperta su dei microorganismi che non erano ancora stati compresi, quando guardavo nel microscopio e scoprivo due tipi di microbi che interagiscono per consumare metano. È stato un momento davvero speciale.


Prof. Antje Boetius Microbiologa, ricercatrice

Il destino dell'oceano dipende da una soluzione politica. Abbiamo bisogno di regole diverse, di modi diversi di procurarci nutrimento, modi diversi di usare i materiali, modi diversi di usare l'energia.

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Ci conduca attraverso l'esperienza di un'immersione nelle profondità marine.

Si inizia entrando nel sommergibile, che poi viene calato in mare. Quando entri sei molto preparata, sai esattamente cosa sei venuta a fare, quali campioni devi raccogliere e così via. All'inizio ti senti a disagio. Lì dentro fa piuttosto caldo ed è appiccicoso e le onde ti spostano qua e là. Quindi sei contenta quando inizia la discesa. Poi a 50 metri iniziano i controlli tecnici per assicurarsi che tutto sia a tenuta stagna e che i gas siano a posto. E tutto diventa molto calmo e vedi l'acqua blu e i primi pesci che nuotano. Guardi fuori dal finestrino e vedi che c'è vita intorno a te.

Quando discendi in profondità, arrivi al di fuori della zona illuminata dal sole. E così scendi attraverso il blu, un blu dopo l'altro, ogni varietà di blu immaginabile, fino ad arrivare al nero. Un nero perfetto. E quando non ci sono più fotoni, incontri la meravigliosa vita del mare profondo, con la sua luce propria: la bioluminescenza. E quello è il mio momento preferito, quando spegni le luci vedi la vita luccicare tutto intorno a te. Poi scendi ancora. E quando sei a una profondità di due, tre chilometri, l'acqua è completamente trasparente, non ci sono quasi particelle. Incontri grandi calamari e stranissimi pesci di profondità. E man mano che ti avvicini al fondo del mare c'è di nuovo tanta vita.

Quando spegni le luci e vedi il fondale, scorgi tutte le tracce di vita e pensi, okay ora sono qui e inizia il campionamento. E conti il tempo che hai, queste immersioni durano in genere dalle sei alle otto ore, non di più. Non è mai abbastanza. Hai due o tre ore sul fondo del mare prima di iniziare a risalire. E questo tempo passa troppo velocemente, perché non vorresti fare altro che guardare fuori dal finestrino. Ma devi svolgere delle attività. Devi descrivere, campionare, fare controlli e questo genere di cose. Quindi il tempo scorre sempre troppo veloce. Ed ecco che l'immersione finisce e risali.

© Alfred Wegner Institute / UFA Show & Factum
© Alfred Wegner Institute / Lars Gruebner
© Alfred Wegner Institute / UFA Show & Factum

In che modo l'esplorazione e lo studio delle profondità marine sono diventate il lavoro della tua vita?

Tanto tempo fa, quando ero una studentessa, fui invitata a partecipare a una missione sottomarina che cambiò radicalmente la mia vita e la mia carriera, perché appena mi trovai in mare e vidi il fondale marino con i miei occhi a vari chilometri di profondità nell'oceano con le stranezze di quella vita e i diversi paesaggi di quelle zone, ebbi l'assoluta certezza che quella sarebbe stata la mia professione. Volevo comprendere questa parte di noi con cui noi esseri umani normalmente non entriamo in contatto. Ma presto scoprii che il nostro lavoro di ricercatori marini è molto più che descrivere ed esplorare. Iniziai come studentessa 30 anni fa. Vedevamo tracce dell'umanità ovunque. Dall'inquinamento agli effetti del cambiamento climatico, dai primi esperimenti di estrazione dei metalli dalle profondità marine ai resti delle attività di pesca e altri elementi di disturbo sui fondali. Considerati i tanti cambiamenti che noi umani abbiamo inflitto agli oceani, sapevo che la mia professione non sarebbe stata solo quella di esplorare e ammirare, ma anche di essere un testimone oculare dei cambiamenti che l'umanità ha causato e poi fornire soluzioni per orientare le nostre politiche e il nostro rapporto con l'oceano.

© Alfred Wegner Institute / Lars Gruebner

A che punto è il nostro pianeta con le emissioni di CO2 e la sua relazione con il cambiamento climatico?

Ho iniziato la mia carriera con tutta la questione dei cicli del carbonio e dei flussi sulla terra. A quei tempi ci veniva insegnato che la concentrazione di CO2 nell'atmosfera era in continuo aumento e rappresentava una minaccia per il riscaldamento globale. Da quando ho memoria gli scienziati hanno avvertito i governi di questo fatto e sapere che ancora oggi sta aumentando ulteriormente è scoraggiante.

Ma con la recente pandemia e la riduzione dei nostri consumi energetici dovuta alle limitazioni imposte ai viaggi abbiamo assistito al più grande impatto che l'umanità ha mai avuto nel cambiare in meglio il percorso della CO2. Possiamo solo sperare di imparare da questo e di avere una soluzione migliore per gestire l'energia in futuro, compreso il passaggio alle energie rinnovabili.


Prof. Antje Boetius Microbiologa, ricercatrice

Per me la speranza è che quello che stiamo già vivendo ora mobilizzi le nostre energie e ci unisca come umanità per agire a favore di un futuro migliore.


In che modo le regioni artiche sono un possibile indicatore dei cambiamenti che ci si possono aspettare in futuro nel resto della terra?

Non dimenticherò mai la mia prima spedizione nell'Artico. Fino ad allora mi ero occupata solo delle profondità marine. Poi feci la conoscenza del ghiaccio marino come habitat. Era il 1992.

Poi tornai con la stessa nave e con nuove tecnologie nel 2012, che fu anche il periodo di maggior scioglimento di ghiacci dall'inizio delle osservazioni.

Era la stessa identica regione di quando stavo preparando la tesi di dottorato. Era davvero sconvolgente che nel solo arco della mia vita questa intera regione fosse cambiata in modo incredibilmente rapido. Era molto più calda della media globale. Il ghiaccio del mare era molto più sottile. In estate si rompe più facilmente e si scioglie con grande velocità. In inverno l'Artico è molto più caldo di quanto non sia mai stato.

Vedere come questo influisce su ogni piccola parte dell'Artico, dall'atmosfera al mare profondo, è straziante, perché vuol dire che soltanto con il nostro utilizzo dell'energia stiamo cambiando ogni zona della terra, anche quelle remote come il Polo Nord.

© Alfred Wegner Institute / UFA Show & Factum
Come pensa che la relazione con l'oceano debba cambiare per le persone nella vita quotidiana?

La maggior parte delle persone, se gli venisse chiesto, direbbero "Io amo il mare". Mi piace stare sulla costa. Mi piacciono gli oceani. Voglio che le onde vengano protette. Voglio che i pinguini e gli orsi polari vengano protetti. E molto spesso è sconcertante per loro capire che ognuno di noi ha già un impatto sull'oceano su scala globale. Abbiamo già menzionato la CO2, ma ci sono anche altri aspetti più nascosti. 

Ad esempio, il nostro uso quotidiano di plastica usa e getta ha un grande impatto sugli oceani, perché vi finiscono i materiali trasportati dai venti. Vi finiscono le nanoplastiche che cadono con le precipitazioni. E così il nostro modo di usare la plastica fa sì che ne finisca una quantità immensa negli oceani.

Un altro fattore nascosto del nostro impatto è l'agricoltura. L'agricoltura è un'attività svolta sulla terraferma, ma i nutrienti che diamo ai campi, i fertilizzanti, finiscono negli oceani con la pioggia e i fiumi. Per cui i mari ricevono troppi nutrienti e si ha un impatto sul ciclo dell'azoto, ancor più che su quello del carbonio. E questo altera la saluta dei mari e delle coste, può causare la formazione di alghe tossiche e altri tipi di degrado ambientale.

Poi ovviamente c'è il cibo. Quello che pochi sanno è che per il pesce ci affidiamo più all'acquacoltura che al pesce selvatico. E questo ha delle conseguenze. L'acquacoltura, se non viene fatta in modo molto sostenibile, distrugge ad esempio le mangrovie, le piante marine o i fiordi nei posti in cui vengono fatte convivere alte densità di pesci. Gli antibiotici vengono riversati nel mare. Si formano delle zone anossiche.

L'elenco dei modi in cui noi tutti nella nostra vita quotidiana abbiamo un impatto sugli oceani è purtroppo lungo. E sembra quasi che non abbiamo scelta. Sembra che nessuno possa influire direttamente sul cambiamento con il proprio comportamento. Il destino dell'oceano dipende da una soluzione politica. Abbiamo bisogno di regole diverse, di modi diversi di procurarci nutrimento, modi diversi di usare i materiali, modi diversi di usare l'energia.

Su una scala globale, come dobbiamo reimpostare il nostro rapporto con l'oceano?

La questione non è così chiara. La maggior parte delle persone sa descrivere alla perfezione quanto ama gli oceani, ma non è abbastanza. Abbiamo un sistema economico e politico globale che non favorisce la protezione della natura. Ne favorisce la distruzione. Per prima cosa dobbiamo quindi correggere quei comportamenti e sistemi che puniscono le buone azioni e favoriscono quelle cattive.

C'è qualcosa che ti rende ottimista per il futuro?

Onestamente le preoccupazioni vengono prima. Le previsioni per il 2100 è che avremo perso il 99% delle nostre barriere coralline a causa dello sbiancamento dovuto al riscaldamento dell'oceano. Avremo un Artico estivo, senza ghiaccio. Le minacce del cambiamento climatico o la distruzione di specie e habitat potrebbero essere diventati così grandi da mettere a repentaglio la nostra salute.

E così per me la speranza è che quello che stiamo già vivendo ora – la combinazione di conoscenze, soluzioni tecniche e sociali e la sensazione che la crisi è già arrivata – mobilizzi le nostre energie e ci unisca come umanità per agire a favore di un futuro migliore. È questa la mia speranza.

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